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Cara Liliana Segre, ti scrivo una lettera …

29 Apr 2019

Cara Liliana Segre, ti scrivo una lettera …

Cara Liliana,

ho deciso di scriverle questa lettera perché a scuola abbiamo letto il suo libro “Scolpitelo nel vostro cuore”, che racconta la sua storia, da quando era bambina fino a quando è riuscita a ritornare a casa sana e salva dal campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau.

Ascoltando la lettura del libro mi sono posta una domanda: “Come può un uomo fare tutto questo? Non ha alcun diritto di uccidere altri uomini come lui!” Sono poche le persone riuscite a sopravvivere a quel terribile dramma. Qualcuno, inoltre, dopo la liberazione non ha più trovato la forza per continuare a vivere. Lei, invece, ci è riuscita, nonostante la perdita di suo padre Alberto e dei suoi amati nonni Pippo e Olga.

La piccola Liliana con suo papà Alberto

Gli episodi del libro che mi sono rimasti particolarmente impressi sono quando lei e suo padre eravate in prigione a Milano. Il signor Alberto le chiedeva scusa per averla messa al mondo; lei per tutto il giorno si domandava perché mai foste in prigione, pur non avendo fatto nulla di male. Nonostante tutto non ha mai smesso di ripetergli che era contenta di essere lì insieme a lui.

Un altro episodio che mi ha colpito è quando è arrivata ad Auschwitz e si è salvata proprio grazie alla sua alta statura: infatti di solito i bambini di tredici anni venivano uccisi direttamente, invece lei è stata mandata a lavorare in fabbrica, perché sembrava più grande della sua età. Al ritorno a Milano è andata a vivere con gli zii, ma comunque sentiva la mancanza di suo padre e dei suoi nonni, che purtroppo erano stati uccisi. Per fortuna, ha conosciuto Alfredo, che presto sarebbe diventato il suo futuro marito. Capisco cosa vuol dire potersi confrontare con qualcuno che ti comprende fino in fondo, anche quando ti sembra che la tua vita non ti appartenga più o che ormai sia inutile vivere. Se provo a mettermi nei suoi panni, non so se io sarei riuscita a trovare la sua stessa forza. Alla notizia della morte dei miei nonni, di mio padre e di tutti i miei amici, penso che non ce l’avrei fatta.

Adesso, quando vedo immagini di bambini appena liberati dai campi di concentramento, mi impressiono nel notare quanto siano magri a causa del lavoro pesante e del fatto che non potevano mangiare. Ma l’aspetto peggiore sono i loro sguardi di paura, che ancora dopo oltre settant’anni, suscitano commozione. Lei ormai ha ottantotto anni, tre figli e tanti nipoti. Secondo me è una donna molto coraggiosa e determinata, ma soprattutto con molta voglia di vivere.

Ora che ho finito di scriverle, vorrei augurarle che continui a mantenere questa gioia che ha sempre coltivato nel suo cuore.

Tanti saluti, Sara

(S. Adami, classe II secondaria)