Close
A scuola di EMPATIA – Immaginiamoci nei panni degli altri

6 Mag 2019

A scuola di EMPATIA – Immaginiamoci nei panni degli altri

Mamma,

sono qui, sono salvo. Due settimane, le più lunghe della mia vita, sono trascorse da quando sono arrivato qui in Italia. Hai visto, mamma? Ce l’ho fatta! Ci sono riuscito! Per ora mi hanno sistemato insieme ad altri venti come me, anche loro sono arrivati per mare.

Il viaggio è stato duro, molto duro. A poca distanza dalla costa italiana ci siamo imbattuti in un temporale: era sera e faceva caldo in venticinque sullo stesso gommone. Inizialmente eravamo grati di quella pioggerellina fine; il calore e la sete cominciavano a diventare strazianti. Poi un lampo, un tuono e tutto è cambiato.

Le nubi sopra di noi andavano addensandosi, potevamo vederlo chiaramente a causa del lampeggiare sempre più frequente del cielo. Poi un fulmine, accompagnato da un terribile fragore, ha squarciato la notte e ha illuminato a giorno noi e l’immensa distesa d’acqua intorno. Soltanto a quel punto, schiacciato tra i miei compagni di viaggio, mi sono reso conto che eravamo soli in mezzo a un mare che andava sempre più ingrossandosi: la pioggia scendeva fitta e il vento ci gelava fino alle ossa.

Poi sono arrivate le onde, anche se all’inizio ne intravedevamo solo le sagome nere e minacciose oltre quel muro di pioggia che ci circondava: sempre più grandi, sempre più violente. A un certo punto ci siamo sentiti sollevare e scaraventare di nuovo giù. Era cominciata la tempesta. Non so quanto tempo sia durata la nostra corsa su e giù, cavalcando le onde. Ad ogni strattone, ad ogni tuono gridavo: ti chiamavo, mamma. Avevo paura, eravamo tutti nel panico. Zio Yousul teneva gli occhi chiusi, mormorando qualcosa, aveva la fronte corrugata e stringeva la mano a me e a Hussein. Mohamed mi abbracciava. Lui piangeva, io gridavo.

Dopo quella che mi era sembrata un’eternità, un ragazzo cominciò a gridare e a indicare un punto davanti a noi. Avevo l’impressione che stesse piangendo di gioia, ma non potevo affermarlo con certezza.
“Siamo salvi! Siamo salvi!”, gridava quello. “Sono venuti a salvarci!” Quasi tutti si alzarono e cominciarono a sbracciarsi, chiamando quella che pareva essere una motovedetta.

Poi è stata una questione di pochi attimi: l’ordine di gettarsi dal gommone, il terrore dipinto sui volti, l’acqua gelida, la mano di Mohamed che mi molla e infine io e il mare. Nero come nemmeno tutto l’inchiostro del mondo avrebbe potuto renderlo. Solo noi due.

Quando mi sono svegliato ero su una barca, il sole splendeva, il cielo azzurro, alcune persone mi guardavano e parlavano tra di loro, ma io non capivo una parola. Avevo una coperta sulle spalle e un forte mal di testa. Evidentemente devo essermi riaddormentato perché poi mi sono ritrovato su una branda in una stanza con altri ragazzi. E sono ancora qui che ti scrivo. Sono uscito solo per il controllo medico e per farmi un giro di tanto in tanto intorno alla struttura che ci ospita. Credo che dovrò aspettare ancora un po’ prima di poter lavorare e inviarti dei soldi. Mi dispiace.

Alcuni miei compagni di stanza dicono che ci sono altri mezzi per guadagnare, ma io non voglio ascoltarli. Ridono di me e di tutti quegli altri che non vogliono rubare o vendere droga; dicono che prima o poi lo faremo anche noi. Loro sono qui già da molto tempo.

La gente ci odia, ci guardano male e ci urlano insulti che io non capisco ma so che sono crudeli. Non ho fatto niente di male, ma non ho il coraggio di dire a quei miei compagni “cattivi” che forse, se smettessero di fare tutto quello che fanno, non ci odierebbero così tanto. Credo che non gli importi.

Mamma, ho bisogno di te. Ho bisogno di tutti voi, dei vostri abbracci, del vostro amore. Io sono qui da solo. Zio Yousuf, Hussein e Mohamed non ci sono più purtroppo, ma forse ora stanno meglio e sono insieme. Alla fine ci si ritrova sempre, non è così?

Ti voglio bene, mamma, a te, a papà, a tutti quanti. Vorrei tornare, ma non posso. Vorrei che tu fossi qui a stringermi la mano, ma non vorrei mai che tu passassi quello che ho dovuto passare io. Lo so che non potrai mai ricevere questa lettera. Non ho nemmeno i soldi per spedirtela. Ma spero che tu senta dentro di te, nel tuo cuore, che tuo figlio ti vuole bene.

A presto, mamma. 

“Lettera impossibile”, inventata da Ghidina Francesca, della classe II secondaria