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Concorso scolastico “La cultura della pace per vincere la guerra”

19 Nov 2014

Concorso scolastico “La cultura della pace per vincere la guerra”

Concorso scolastico “La cultura della pace per vincere la guerra”
Sabato 15 novembre 2014 si è celebrata a Udine la 2^ Giornata Regionale delle Vittime Civili di Guerra del Friuli Venezia Giulia, promossa e sostenuta dall’Associazione Nazionale Vittime Civili di Guerra con il patrocinio del Comune di Udine. Tra i vari appuntamenti previsti nel programma, in quell’occasione si è anche tenuta la premiazione del concorso scolastico “La cultura della pace per vincere la guerra”, a cui ha partecipato anche la classe II media del nostro istituto attraverso l’elaborazione di alcuni testi di tipo argomentativo incentrati sui temi della solidarietà e della tolleranza.
Per la categoria delle scuole medie inferiori, gli istituti vincitori sono risultati la scuola “Pio Paschini” di Aquileia e la scuola “L. Andervolti” di Grado; d’altra parte anche il Don Bosco di Tolmezzo, grazie agli elaborati degli alunni Marco Augusto Roseano, Aurora Michelli e Viola Silverio, ha ricevuto una particolare segnalazione, aggiundicandosi un premio di 300 euro, che serviranno a finanziare nuovi progetti didattici. La motivazione fornita dal Presidente Regionale dell’ANVCG, Adriana Geretto, per questa nota di merito è stata: “gli alunni hanno dimostrato una particolare sensibilità sui temi proposti dal concorso”.
Ci complimentiamo, pertanto, con gli alunni di II e pubblichiamo di seguito i testi vincitori.

La cultura della pace per vincere la guerra, di Aurora Michelli

La mia generazione in Italia fortunatamente non ha conosciuto la guerra. Non si può dire così in altre parti del mondo: penso al Medio Oriente, all’Ucraina, a certi stati dell’Africa dove ogni giorno muoiono tanti bambini a causa della guerra.
Se da noi ora c’è la libertà e la democrazia lo dobbiamo anche ai soldato e ai civili che hanno difeso i nostri confini durante la prima e la seconda guerra mondiale. Con poche armi, affrontando le avversità dei nostri territori, hanno dato la vita affinché noi potessimo essere liberi. Ed è per questo che noi li ricordiamo ogni anno il quattro novembre con cerimonie ufficiali nei luoghi che sono stati teatro delle battaglie e nei vari comuni, nei punti in cui sono stati eretti monumenti in loro ricordo. Un’altra data importante per la memoria è il ventisette gennaio, in cui si ricorda l’Olocausto, ovvero la strage di milioni di persone ebree da parte del regime nazista.
L’importante per noi adesso è ricordare per non ripetere tali errori ed atrocità. Rilevante per me è il ruolo della scuola che con lo studio e la conoscenza deve formare le giovani generazioni ad una cultura di pace. Dobbiamo capire che “diverso” non vuol dire per forza nemico; che è necessario il rispetto reciproco, che il bene comune è meglio del profitto del singolo, che il colore della pelle non può essere discriminato, che uomo e donna hanno uguale dignità e diritti. Potremmo andare avanti ancora a lungo: tanti sono i diritti calpestati ogni giorno nel mondo.
E’ certamente una sfida grande, ma non impossibile: anche Papa Francesco ci invita a pregare per la pace e, non molto tempo fa, Israeliani e Palestinesi hanno pregato assieme a lui nei Giardini Vaticani. Mai più la guerra: questo dovrebbe essere il primo interesse e obiettivo di ogni nazione. L’angoscia e il terrore negli occhi dei bambini che vivono nei territori di guerra devono essere sostituiti dalla luce della speranza e della fiducia in un futuro migliore, di pace e fratellanza.
Si stima che attualmente nel mondo ci siano circa cinquanta focolai di guerra. Cosa fare per fermarli? Uniamoci tutti in un grande abbraccio, affinché l’uomo capisca quanto sacra è la vita. Nei cannoni si mettano al più presto dei fiori al posto delle bombe e nessun’arma spari più.

La cultura della pace per vincere la guerra, di Marco Augusto Roseano
Questa primavera sono partito con mio papà per andare in Bosnia. Il mio papà, infatti, va là una volta alla settimana per lavoro da circa sei anni. Quando lo fa si ferma sempre per qualche giorno: lavora, mangia e sta insieme ad amici e colleghi bosniaci. In tanti anni è riuscito a entrare in confidenza con molte persone che hanno vissuto la guerra. Negli anni 1992-1995, infatti, c’è stata la guerra in Bosnia e mio papà conosce persone che l’hanno vista con i loro occhi e hanno vissuto tanti brutti momenti. Al tempo erano solo giovani o bambini.
Appena arrivato a Gradiška ho notato diverse case mitragliate o bombardate. Ho visto uno sminatore di quindici tonnellate comandato a distanza, attivo in un campo di almeno cinque chilometri pieno di mine anti-uomo e anti-carro. Vedere dal vivo queste cose mi ha colpito molto. Ho fatto molte domande a mio papà e lui mi ha spiegato quello che era successo. In Bosnia i Serbi avevano attaccato la popolazione civile non serba. Le case e gli appartamenti erano stati saccheggiati o bruciati. I civili catturati, feriti o uccisi. Le donne venivano separate dagli uomini e violentate. I bambini erano presi di mira dai cecchini mentre giocavano.
Durante la messa della domenica Don Remigio, il parroco del mio paese, racconta spesso di Anna Frank, una bambina ebrea famosa per il suo diario, in cui raccontò la sua vita prima di morire in un campo di concentramento. Mia mamma si commuove e io mi sento come se avessi una freccia nello stomaco. Pensare a queste cose mi fa tuttora stare male. Immaginare che cosa deve sopportare un bambino e la sua famiglia durante una guerra è davvero sconvolgente.
La guerra, infatti, molto spesso non viene combattuta da uomini contro altri uomini, ma da uomini che prendono di mira ciò che è più importante per i loro avversari: la famiglia e la casa. Uccidere gli anziani significa uccidere il passato; uccidere le donne significa uccidere il presente; uccidere i bambini significa uccidere il futuro. Lo scopo diventa quello di distruggere generazioni intere di una popolazione.
La scorsa settimana in classe abbiamo visto il video di “Blowing in the wind”, una famosa canzone contro la guerra. Mi ha colpito la frase “quante orecchie deve avere un uomo per poter ascoltare la gente piangere?”. E penso alla poca pietà di alcune persone, che vivono per distruggere la vita.

La cultura della pace per vincere la guerra, di Viola Silverio

Per noi piccoli è difficile parlare di cose dolorose, ma è proprio da queste, secondo me, che bisogna partire per una nuova educazione alla pace e alla tolleranza. Ecco perché mia mamma mi ha proposto di leggere il libro “Flon Flon e Musetta”, adatto a bambini più piccoli di me, ma dal contenuto veramente profondo per i valori che mette in risalto. Flon Flon e Musetta sono due amici che giocano sempre insieme, fino a quando, un giorno, scoppia la guerra e non possono più vedersi perché Musetta sta “dall’altra parte” del filo spinato. In poche pagine l’autore è riuscito a mettere davanti ai miei occhi l’assurdità delle guerre e dei conflitti razziali e l’impossibilità di capirne il perché.
Della guerra tutto mi sembra stupido: non si può uscire a giocare con gli amici, né andare a fare passeggiate o a mangiare un gelato. La guerra distrugge case, scuole, asili; uccide persone e bambini. La sua violenza è inspiegabile e assurda. Quando vedo alla televisione delle scene che si riferiscono a una delle tante guerre che continuamente si combattono nel mondo, capisco che deve essere terribile per chi è coinvolto in prima persona.
Malgrado questo, però, devo confessare che giocare alla guerra un po’ mi diverte! Ci gioco abbastanza spesso durante l’estate con i miei amici, con i quali trascorro liberamente pomeriggi interi. A Dierico, la frazione di Paularo in cui vive mia nonna, c’è il torrente Muea che, scendendo verso valle, passa per un boschetto di abeti. E’ proprio lì che i miei compagni ed io organizziamo delle stupende battaglie complete di imboscate, assalti, urla e catture di prigionieri. Le nostre armi sono dei palloncini o dei sacchetti di plastica che riempiamo d’acqua e ci lanciamo addosso, divertendoci come matti. Chi viene bagnato è eliminato dal gioco. Non ci siamo mai fatti male, se si eccettua qualche raffreddore preso quando ci bagniamo un po’ troppo e rimaniamo ancora a giocare invece di correre a casa per cambiarci. I miei genitori dicono che il gioco della guerra istiga alla violenza, ma io non la penso così: allora non si dovrebbe giocare neanche a “guardie e ladri”, in cui tutti, in genere, vogliono fare i ladri. Io penso che questo sia un gioco come un altro in cui ogni bambino può sfogare la voglia di correre, urlare, recitare … Che colpa abbiamo noi se poi gli adulti fanno diventare realtà i nostri giochi?!
A volte anche il gioco è importante per farci riflettere e per questo io mi dico: i sogni a volte diventano realtà. Io credo che un giorno la guerra cesserà e gli uomini muteranno le loro armi in libri. Anche se penso che la pace nel mondo dipenda soprattutto dai popoli e da chi li governa, non dimentichiamo che essa si costruisce giorno dopo giorno in ognuno di noi, con i nostri comportamenti: solo così si possono allontanare i pericoli della discordia e della guerra.

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